Il Cristogramma di San Bernardino

Il Cristogramma di San Bernardino

Il segno che protegge: l’IHS tra pietra, ceramica e memoria

Passeggiando per Acquapendente o in altri centri storici, avete mai visto questo simbolo? Lo possiamo trovare disegnato sulle porte delle case o sugli architravi. A volte è anche corredato di un glifo che rappresenta l’insieme di tre chiodi disposti a ventaglio. Questo simbolo ha lo scopo di invocare sulla casa benedizione e protezione dagli influssi o spiriti negativi.

Ma sapete quale è la sua origine? Al Museo della Città, è disegnato su molte ceramiche, ovviamente nelle tele che raffigurano San Bernardino, ma anche su abiti liturgici. Lo troviamo rappresentato anche sulla facciata del palazzo antistante al Museo. Ci avevate mai fatto caso?

Il significato del trigramma

Il simbolo IHS è legato a Gesù, sia perchè vuol dire “Gesù Salvatore degli Uomini – Iesus Hominum Salvator” sia perchè sono le iniziali del suo nome in greco Iesus .
E’ detto TRIGRAMMA DI SAN BERNARDINO perchè fu lui a sceglierlo come simbolo per diffondere la parola. Lo troviamo a volte sulle porte delle case per invocare benedizione e protezione dagli influssi o spiriti negativi. A volte è accompagnato da un glifo che rappresenta l’insieme di tre chiodi disposti a ventaglio.

Un nomen sacrum quindi,che fin dal medioevo ha un uso amplissimo nell’arte figurativa della chiesa cattolica. La sigla IHS (o in alfabeto greco ΙΗΣ) compare per la prima volta nel III sec. fra le abbreviazioni utilizzate nei manoscritti greci del Nuovo Testamento, chiamate oggi nomina sacra. Come già detto, indica il nome ΙΗΣΟΥΣ, cioè “Iesous”, Gesù, in lingua greca antica e caratteri maiuscoli. La sigla è spesso abbinata a XPS per “Christos”; le due sigle sono costruite in modo analogo, utilizzando le prime due lettere e l’ultima del nome, perciò la S è l’ultima lettera del nome Iesus e non la terza, come spesso viene affermato.

Un simbolo mostrato, non solo rappresentato

Nella Pinacoteca Civica di San Francesco, all’interno del Museo, è presente una tavola del Sano di Pietro che ritrae San Bernardino, e qui il simbolo IHS non è un dettaglio secondario, ma diventa il vero centro visivo e spirituale della scena.

Il santo lo presenta direttamente allo spettatore, inscritto in un sole raggiante, come se fosse una luce da mostrare e condividere.

Non è solo un emblema: è uno strumento di predicazione. Bernardino lo utilizzava proprio così, durante le sue omelie, invitando i fedeli a sostituire simboli di divisione o rivalità con quel segno unitario, capace di richiamare il nome di Cristo e il suo valore salvifico.

In questa immagine non stiamo semplicemente osservando un attributo iconografico, ma assistiamo a un gesto vivo: il momento in cui il santo affida quel simbolo allo sguardo e alla vita di chi lo incontra.

nella ceramica rinascimentale: tra devozione e vita quotidiana

Nelle ceramiche quel segno torna a farsi vedere tracciato sulla superficie smaltata.

Questo piatto, databile tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, il simbolo IHS torna ad occupare il centro della composizione, racchiuso in un tondo giallo da cui si irradiano sottili raggi dorati. È una scelta tutt’altro che decorativa: quel segno, posto nel punto più visibile, trasforma l’oggetto d’uso quotidiano in qualcosa che va oltre la funzione, entrando nella sfera della devozione domestica.

Siamo in un momento storico in cui l’eredità della predicazione di San Bernardino è ancora viva e profondamente radicata. Il suo invito a diffondere il nome di Cristo attraverso il trigramma aveva ormai superato lo spazio delle chiese per entrare nelle case, negli oggetti, nella vita quotidiana. E così anche una semplice ceramica, forse utilizzata durante i pasti, diventa portatrice di un messaggio: protezione, appartenenza, identità religiosa.

Colpisce il contrasto tra la ricchezza decorativa del bordo, con motivi eleganti e raffinati, e la forza simbolica del centro. Tutto sembra convergere verso quel segno, come se l’intera superficie fosse costruita per accompagnare lo sguardo lì, dove il simbolo non si limita a essere visto, ma continua a essere riconosciuto e, in qualche modo, “attivato” da chi lo utilizza.

Quando il segno diventa necessità

C’è un aspetto, però, che colpisce più di altri.

Questo simbolo non vive solo nei luoghi ufficiali, nelle chiese o nelle opere d’arte. Compare anche dove meno ce lo aspetteremmo. Nei graffiti, delle carceri vescovili.

Lì non è decorazione, non è tradizione. È bisogno. È qualcuno che incide ne muro una richiesta, una speranza, forse una paura.

Nelle carceri vescovili di Acquapendente, questi segni non nascono per essere visti, ma per restare. Sono tracciati su superfici dure, dove la materia oppone resistenza. E proprio per questo diventano ancora più intensi: non c’è progetto, non c’è estetica, c’è solo bisogno.

In uno spazio chiuso, dove il tempo si dilata e l’attesa diventa esperienza quotidiana, il simbolo assume un valore diverso. Non è più un’affermazione pubblica, ma un dialogo silenzioso. Chi lo incide non sta comunicando con gli altri, ma con qualcosa di più alto, cercando protezione, conforto, forse perdono.

Ed è in quel momento che l’IHS torna ad essere ciò che è sempre stato: non un segno da guardare, ma un segno da usare. Un gesto semplice, essenziale, che attraversa i secoli e cambia significato a seconda di chi lo traccia, ma non perde mai la sua forza.