
01 Ago La Stanza del Tesoro
Per secoli questi oggetti hanno accompagnato i momenti più solenni della vita religiosa della comunità. Alcuni venivano esposti sull’altare durante la Messa, altri custodivano preziose reliquie dei santi, altri ancora venivano portati in processione nelle grandi feste.
Oggi la Stanza del Tesoro del Palazzo Vescovile conserva questo patrimonio di arte sacra, permettendo di osservare da vicino manufatti realizzati da abili orafi e argentieri che, oltre al loro valore artistico, raccontano la profonda spiritualità di un’intera comunità.
Tra reliquiari, ostensori e cartaglorie, ogni oggetto custodisce una storia che va ben oltre la sua bellezza.
I reliquiari I custodi della memoria dei santi
Tra gli oggetti più significativi della Stanza del Tesoro si trovano i reliquiari, manufatti realizzati per custodire e proteggere le reliquie dei santi. Per secoli questi piccoli frammenti – ossa, capelli, tessuti o oggetti appartenuti ai santi – sono stati considerati testimonianze tangibili della loro vita e della loro santità, tanto da essere venerati come simbolo della loro presenza spirituale.
La forma dei reliquiari variava in base al tipo di reliquia conservata. Tra gli esemplari più caratteristici vi sono i reliquiari antropomorfi, modellati a forma di busto, mano o braccio. Questa scelta non aveva soltanto una funzione estetica: permetteva ai fedeli di riconoscere immediatamente quale parte del corpo del santo era custodita all’interno.
I reliquiari a braccio, tra i più diffusi nelle chiese dell’età moderna, custodivano generalmente un frammento osseo dell’arto del santo. La teca destinata alla reliquia era spesso collocata nella mano o lungo l’avambraccio, protetta da un piccolo vetro che ne consentiva la venerazione senza compromettere la conservazione del reperto.
La loro realizzazione richiedeva il lavoro di esperti argentieri e orafi. Argento, rame dorato e, talvolta, metalli impreziositi da smalti o pietre decorative venivano lavorati con grande abilità attraverso tecniche di cesellatura e sbalzo, trasformando questi oggetti liturgici in autentiche opere d’arte.
Oltre al loro valore artistico, i reliquiari rivestivano un ruolo fondamentale nella vita religiosa delle comunità. Venivano esposti durante le principali festività, collocati sugli altari o portati in processione in occasione di eventi straordinari, come epidemie, periodi di siccità o altre calamità, quando si invocava l’intercessione del santo patrono affinché proteggesse la popolazione.
Ancora oggi questi manufatti continuano a raccontare una duplice storia: quella della straordinaria abilità degli artigiani che li hanno realizzati e quella della profonda devozione che, per secoli, ha accompagnato la vita delle comunità cristiane.





Gli ostensori: quando l'eucaristia diventava visibile a tutti
Tra gli oggetti più preziosi conservati nella Stanza del Tesoro spiccano gli ostensori, strumenti liturgici destinati a mostrare ai fedeli l’ostia consacrata durante particolari momenti di preghiera e di adorazione.
Il loro nome deriva dal latino ostendere, cioè mostrare.
Al centro dell’ostensorio si trova una piccola teca circolare in vetro, chiamata lunetta, nella quale viene collocata l’ostia consacrata. Attorno ad essa si sviluppa una ricca decorazione in argento o metalli dorati, spesso caratterizzata da raggi luminosi che richiamano il sole, simbolo di Cristo, “luce del mondo”.
Dal XVII secolo in poi gli ostensori diventano sempre più elaborati. Angeli, nuvole, spighe di grano, grappoli d’uva e motivi vegetali decorano queste opere, trasformandole in autentici capolavori di oreficeria.
Oltre a essere utilizzati durante l’adorazione eucaristica, gli ostensori venivano portati in processione nelle principali festività religiose, in particolare durante la solennità del Corpus Domini, quando il Santissimo Sacramento attraversava le vie della città accompagnato dalla comunità.
Ancora oggi rappresentano uno dei simboli più importanti della liturgia cattolica e testimoniano la straordinaria abilità degli argentieri che li realizzavano.



Le cartaglorie: i piccoli "promemoria" dell'altare
Prima della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, su ogni altare erano presenti tre eleganti tavolette chiamate cartaglorie.
Non erano semplici elementi decorativi, ma un prezioso aiuto per il sacerdote durante la celebrazione della Messa.
All’interno delle cornici erano inserite alcune delle principali preghiere in latino dell’Ordinario della Messa, quelle che il celebrante recitava più frequentemente. La cartagloria centrale riportava il Canone e altre formule fondamentali, mentre le due laterali contenevano il Lavabo e l’inizio del Vangelo secondo Giovanni, il cosiddetto Ultimo Vangelo, letto al termine della celebrazione.
Il loro nome deriva dalla preghiera del Gloria in excelsis Deo, che spesso compariva nella tavola centrale.
Generalmente realizzate in legno intagliato, argento o metalli dorati, le cartaglorie univano praticità e ricercatezza artistica, contribuendo a rendere ancora più solenne l’altare.
Con la riforma liturgica degli anni Sessanta il loro utilizzo è progressivamente scomparso, ma oggi continuano a raccontare un modo diverso di celebrare la liturgia e rappresentano preziose testimonianze dell’arte sacra.

Più che semplici oggetti liturgici, reliquiari, ostensori e cartaglorie sono testimonianze di una fede vissuta quotidianamente. Raccontano il lavoro degli artigiani che li hanno realizzati, la devozione delle comunità che li hanno custoditi e le celebrazioni che, per secoli, hanno scandito la vita della città. Osservarli oggi significa leggere, attraverso l’arte, una pagina della storia di Acquapendente.
