Visione di Sant’Antonio da Padova

Nasini

Visione di Sant’Antonio da Padova

Francesco Nasini (firmato), Visione di Sant’Antonio da Padova, 1640-1645, olio su tela, 70 × 59 cm – Pinacoteca di San Francesco

Francesco Nasini operò per la prima volta ad Acquapendente tra il 1640 e il 1645. A questo periodo risale uno dei suoi più interessanti lavori: il ciclo ad affresco con le storie di Sant’Antonio nel coro della chiesa di Santa Maria Assunta, poi dedicata a San Francesco (Romagnoli, ante 1935: XI, p. 57; Nasini 1872, p. 91) su commissione del frate Giulio Leonardi, priore dell’ordine. Altre opere a lui assegnate, realizzate per il convento francescano annesso, confluirono dopo la soppressione degli ordini e delle congregazioni religiose, al locale museo, presso l’omonima pinacoteca. Tra queste spicca per qualità il dipinto raffigurante la Visione di Sant’Antonio (Strinati 1988, p. 33; Di Salvo 1997, p. 32; Coda 2010, p. 118; Ciampolini 2010: II, p. 449).

Sul frontespizio del libro visibile in primo piano si legge la sigla «F.I.L.A.», che va sciolta, secondo una dotta interpretazione di Marcello Bisconti, in «Frater Iulius Leonardi Aquipendi», ancora in vita il 28 febbraio 1656. Entro questo termine, pertanto, va fatta risalire anche la datazione dell’opera in oggetto, presumibilmente dipinta nel primo soggiorno aquesiano di Nasini, attestabile tra il 1640 e il 1645.

Oltre alla succitata sigla, si rivela dirimente nell’annosa questione sull’autografia, la firma del pittore «FN», rinvenuta al di sotto del libro, sulla destra, e redatta secondo un modello molto simile a quello di cui abbiamo testimonianza nella limitrofa lunetta del chiostro aquesiano di San Francesco, che porta la sua firma assieme a quella del fratello e, ancora nel ciclo ad affresco realizzato dall’artista nella piccola chiesetta di Santa Maria delle Nevi a Santa Fiora. Il confronto con la pala attribuitagli a Sinalunga – una maestosa pala d’altare raffigurante Santa Caterina da Siena che presenta sant’Antonio da Padova alla Vergine col Bambino, eseguita tra il 1649 e il ’50 – fuga ogni dubbio sulla autografia e sulla cronologia proposte.

Per ciò che concerne la collocazione antica dell’opera sappiamo invece pochissimo: non risulta infatti menzionata in alcuno degli inventari oggi conservati presso l’Archivio della Provincia romana del convento di San Francesco alla Rocca di Viterbo. Ciò si può spiegare con il fatto che, essendo di dimensioni contenute, fosse destinata al culto privato. Se è corretta la nostra interpretazione, il manufatto doveva essere collocato presso uno dei tanti ambienti del convento di San Francesco di cui gli inventari danno conto in modo sommario.

Il dipinto, antecedentemente al restauro effettuato da Mariano Marziali tra il giugno e l’ottobre del 1997, si presentava ricoperto da una vernice ingiallita e da uno spesso strato di polvere. La pellicola pittorica era interessata da cretti piuttosto pronunciati in corrispondenza dei pigmenti bruni, probabilmente a causa di una stesura troppo corposa della materia. Il telaio aveva ancora una discreta tenuta ma i chiodi ossidati avevano danneggiato la trama della tela. La cornice presentava vari interventi di manutenzione ma era comunque in buono stato. A seguito del restauro stati rimossi gli strati di vernice e di polvere mediante uso di detergenti tensioattivi e solventi organici usati a tampone sulla superficie. Il dipinto e stato foderato e poi applicato su un nuovo telaio ligneo estensibile. Sono state stuccate piccole lacune con un impasto di gesso e colla. La reintegrazione pittorica e stata eseguita con colori ad acquarello, cui è stata applicata una verniciatura di tipo matte. La cornice e stata ripulita, incollata agli angoli e protetta con uno strato di vernice.

Opera proveniente dal Convento di San Francesco di Acquapendente di proprietà del Fondo Edifici di culto- Ministero dell’Interno – Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione – Direzione Centrale degli Affari dei Culti e per l’Amministrazione del Fondo edifici di Culto.